Internazionalizzazione d'Impresa

All'interno di questa sezione potrete consultare alcuni quesiti in tema di Internazionalizzazione d'Impresa.
ATTENZIONE: La risposta ai quesiti è stata formulata attenendosi alle leggi vigenti all'epoca della richiesta. Pertanto si consiglia di verificare se da detta data sono state emanate delle norme o delle disposizioni ministeriali che hanno modificato il trattamento dell'oggetto del quesito.
tutti | 2014
05/12/2014

Exit tax e trasferimento della sede all’estero

E’ stato chiesto al Dipartimento Internazionalizzazione d’Impresa un quadro riassuntivo sulla disciplina dell’exit tax in occasione del trasferimento della sede all’estero.
L’art. 166 del TUIR prevede al primo comma che “il trasferimento all’estero della residenza dei soggetti che esercitano imprese commerciali, che comporti la perdita della residenza ai fini delle imposte sui redditi, costituisce realizzo, al valore normale, dei componenti dell’azienda o del complesso aziendale, salvo che gli stessi non siano confluiti in una stabile organizzazione situata nel territorio dello Stato. La stessa disposizione si applica se successivamente i componenti confluiti nella stabile organizzazione situata nel territorio dello Stato ne vengano distolti”. Il medesimo articolo, al comma 2-quater, stabilisce tuttavia che i soggetti che trasferiscono la residenza, ai fini delle imposte sui redditi, in Stati dell’Unione Europea ovvero in Stati aderenti all’Accordo sullo Spazio economico europeo inclusi nella lista di cui al decreto emanato ai sensi dell’art. 168-bis, possono chiedere la sospensione degli effetti del realizzo di cui al primo comma dell’art. 166 TUIR. A dare completa attuazione al regime sospensivo, poc’anzi richiamato, sono intervenuti il D.M. 2.8.2013, il D.M. 2.8.2014 ed infine il Provv. Agenzia delle Entrate 10.7.2014.
Analizzando brevemente i diversi profili di interesse della norma e dei provvedimenti attuativi, occorre rilevare innanzitutto come venga stabilito che la sospensione si applichi ai soggetti esercenti attività commerciale, dovendosi intendere per questi ultimi non solo coloro che svolgono un’attività commerciale effettiva ai sensi dell’art. 55 del TUIR, ma anche qualsiasi soggetto la cui commercialità sia presunta a causa della forma giuridica adottata, come accade per società di capitali ed enti commerciali di cui all’art. 73, lett. a) e b), del TUIR, pertanto anche le Holding di partecipazioni (cfr. M.Piazza, M.Valsecchi, Exit tax: questioni ancora aperte dopo l’emanazione delle norme attuative, Il Fisco 40/2014; C. Galassi-L. Miele, Disciplinate le modalità di differimento della riscossione della "exit tax", in “Corr. Trib.” n. 33/2013, pag. 2598; Assonime, Circolare n. 5/2014, pp. 21 e ss.).
Con riferimento agli Stati di destinazione l’art. 166 comma 2-quater del TUIR limita l’applicazione del regime a trasferimenti in Stati (UE ed SEE) non solo ricompresi nella white list degli stati che consentono un adeguato scambio di informazioni, ma anche “con i quali l’Italia abbia stipulato un accordo sulla reciproca assistenza in materia di riscossione dei crediti tributari comparabile a quella assicurata dalla direttiva 2010/24/UE del Consiglio del 16 marzo 2010”.
Con riferimento alla plusvalenza per cui è ammessa l’opzione per la sospensione della riscossione si rileva che, secondo quanto previsto dai decreti attuativi, si deve fare riferimento alla plusvalenza unitariamente determinata, sulla base del valore normale, dei componenti dell’azienda o del complesso aziendale, che non siano confluiti in una stabile organizzazione situata nel territorio dello Stato. Si considerano anche, tra i predetti componenti, il valore dell’avviamento e quello delle funzioni e dei rischi propri dell’impresa. La determinazione delle plusvalenze imponibili deve avvenire alla fine dell’ultimo periodo di residenza in Italia (o di presenza della stabile organizzazione). I decreti attuativi hanno tuttavia stabilito che i seguenti importi sono esclusi dal beneficio della sospensione d’imposta: i) i maggiori e minori valori dei beni “merce” (art. 85 del TUIR); ii) le riserve in sospensione d’imposta non ricostituite nel patrimonio della (eventuale) stabile organizzazione italiana; iii) gli altri componenti positivi e negativi che concorrono alla formazione del reddito dell’ultimo periodo d’imposta di residenza in Italia (compresi quelli relativi ad esercizi precedenti – non riferibili a cespiti trasferiti – la cui deduzione o tassazione è stata rinviata in conformità alle disposizioni del TUIR).
In merito allo scomputo delle perdite fiscali, i decreti attuativi hanno previsto che le perdite di esercizi precedenti non ancora utilizzate compensano prioritariamente il reddito dell'ultimo periodo d'imposta di residenza in Italia (comprensivo delle componenti non ammesse alla sospensione); l'eccedenza, unitamente all'eventuale perdita di periodo, compensa la plusvalenza ammessa alla sospensione d'imposta. Per le eventuali perdite ancora residue, resta ferma l'applicazione dell'art. 166 co. 2-bis del TUIR, pertanto le perdite che si sono generate fino al periodo d'imposta anteriore a quello da cui ha effetto il trasferimento all'estero della residenza fiscale e che non sono state compensate con i redditi prodotti fino a tale periodo, possono essere portate in diminuzione dal reddito della stabile organizzazione in Italia ai sensi dell'art. 84 del TUIR ed alle condizioni e nei limiti indicati nell'art. 181, quindi proporzionalmente alla differenza tra gli elementi dell'attivo e del passivo effettivamente connessi alla S.O. sita in Italia e nei limiti di tale differenza, nonché alle condizioni e nei limiti previsti dall'art. 172 co. 7 del TUIR (relativo alla riportabilità delle perdite nelle fusioni).
Per quanto concerne il momento di riscossione dell’imposta, il DM 2.7.2014 prevede una serie di eventi che fanno cessare la sospensione dell’imposta relativamente al singolo bene cui essi si riferiscono; in particolare: i) per i beni e i diritti ammortizzabili (inclusi quelli immateriali e l'avviamento), l'imposta è versata in ciascuno degli esercizi di maturazione delle residue quote di ammortamento che sarebbero state deducibili ai fini della determinazione del reddito d'impresa, indipendentemente dall'imputazione al Conto economico; ii) per le partecipazioni e gli strumenti finanziari similari alle azioni, l'imposta è versata nell'esercizio di distribuzione delle riserve di utili o di capitale mentre per gli altri strumenti finanziari (anche derivati), il maggior valore è suddiviso in quote costanti in base al periodo di durata dei singoli strumenti; iii) per gli altri beni, nell'esercizio in cui gli elementi patrimoniali si considerano realizzati ai sensi delle disposizioni del TUIR (cessione a titolo oneroso, risarcimento per la perdita o il danneggiamento ed assegnazione ai soci o destinazione a finalità estranee all'esercizio dell'impresa); iv) in ogni caso, decorsi dieci anni dall’ultimo periodo d’imposta di residenza in Italia.
I decreti attuativi, in alternativa alla sospensione, hanno previsto la possibilità di rateizzare l’imposta dovuta secondo sei rate annuali (così il DM 2.7.2014, in luogo delle precedenti dieci rate previste dal DM 2.8.2013). Si rileva infine che l’art. 5 del provv. Agenzia delle Entrate 10.7.2014 ha previsto che debba essere prestata una garanzia, a fronte della sospensione o rateizzazione dell’imposta dovuta, qualora vi sia un “grave e concreto pericolo per la riscossione”. La valutazione in merito alla debenza o meno della garanzia spetta all’ufficio, che considererà elementi quali la natura e l’entità di eventuali carichi pendenti nonché la solvibilità, attuale e prospettica, dell’impresa, anche utilizzando il rating assegnato dalle apposite agenzie. E’ stata fornita un’ipotesi in cui la garanzia non risulta dovuta, ossia nel caso in cui l’impresa nei tre esercizi anteriori al trasferimento della sede non abbia conseguito perdite ed abbia avuto un patrimonio netto, risultante dall’ultimo bilancio, almeno pari al 120% dell’imposta sospesa o rateizzata. Al riguardo è stato evidenziato (cfr. G. Albano, “Exit tax differita anche senza garanzie” in Il Sole 24 Ore, 11 Luglio 2014) come il riferimento all’ultimo bilancio dovrebbe comportare il riferimento ai valori contabili, a prescindere dai valori patrimoniali correnti.
Dalla disamina effettuata risulta evidente come i provvedimenti attuativi dell’art. 166 TUIR abbiano disciplinato una serie molto complessa di questioni, regolamentando aspetti anche ulteriori rispetto a quanto previsto nel TUIR; peraltro, come anche già rilevato in dottrina, restano ancora aperte alcune problematiche interpretative della disciplina, per le quali non si esclude che possano esservi nuovi orientamenti ed anche pronunce giurisprudenziali, anche alla luce della giurisprudenza comunitaria sulla libertà di stabilimento.

Costituzione di società all’estero ed esterovestizione

Nell’ambito della preliminare valutazione in merito alla costituzione di una società all’estero, che deterrebbe partecipazioni in società residenti in Italia, è stata chiesta al Dipartimento Internazionalizzazione d’Impresa un’analisi delle eventuali problematiche di “esterovestizione” che potrebbero sorgere in seguito a tale specifica operazione.
Ai sensi dell’art. 73, c. 5-bis del Tuir, è prevista per l’Amministrazione Finanziaria la possibilità, salvo prova contraria, di considerare esistente nel territorio dello Stato la sede dell’amministrazione di società ed enti, che detengono partecipazioni di controllo, ai sensi dell’art. 2359, primo comma, del codice civile, in enti collettivi residenti indicati dal medesimo articolo, quando, alternativamente:
  • sono controllati, anche indirettamente, ai sensi dell’art. 2359, primo comma, del codice civile, da soggetti residenti nel territorio dello Stato;
  • sono amministrati da un Consiglio di Amministrazione, o altro organo equivalente di gestione, composto in prevalenza di consiglieri residenti nel territorio dello Stato.
Il successivo comma 5-ter specifica, inoltre, che ai fini della verifica della sussistenza del controllo di cui sopra, rileva la situazione esistente alla data di chiusura dell’esercizio o periodo di gestione del soggetto estero controllato. Ai medesimi fini, è previsto che per le persone fisiche si tenga conto anche dei voti spettanti ai familiari di cui all’art. 5, comma 5 del Tuir (e pertanto il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado).
Sulla questione occorre rilevare che i commi 5-bis e 5-ter dell’art. 73 del Tuir hanno l’obiettivo di contrastare il fenomeno della c.d. esterovestizione di soggetti italiani, mediante la presunzione legale (relativa) afferente la localizzazione in Italia delle sede dell’amministrazione della società costituita all’estero. La stessa relazione accompagnatoria al decreto legge 223/2006, introduttivo nel Tuir dei commi poc’anzi menzionati, ha precisato che la finalità della norma è quella di “contrastare il fenomeno delle società cosiddette esterovestite. Si tratta di soggetti che presentano due rilevanti e continuativi elementi di collegamento con il territorio dello Stato, in quanto detengono partecipazioni di controllo in società ed enti residenti nel territorio dello Stato che, a loro volta, sono controllate o amministrate da soggetti residenti”.
L’obiettivo della norma è pertanto quello di arginare la costituzione di società estere fittizie, spesso utilizzate come holding intermedie e possedute da soci italiani al fine di sottrarsi ai più onerosi obblighi fiscali previsti dall’ordinamento di appartenenza ed anche al fine di godere del regime della participation exemption di cui all’art. 87 del TUIR (cfr. P.Borelli, “Architetture Societarie Complesse ed Esterovestizione”, il Fisco 30/2014, p. 2982).
L’Agenzia delle Entrate ha chiarito (Circolare 28/E del 2006) che il comma 5-bis stabilisce, in presenza delle summenzionate condizioni, l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, il quale deve provare che la sua sede di direzione non è in Italia ma all’estero, dimostrando pertanto che, nonostante i presupposti di applicabilità della norma, esistono elementi di fatto, situazioni od atti, idonei a confermare un concreto radicamento della direzione effettiva nello Stato estero (sul punto si veda anche M. Leo “Le Imposte Sui Redditi Nel Testo Unico”, Tomo II, p. 1147). Si sottolinea che, con la stessa circolare, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito altresì che la disciplina in esame è applicabile anche ai casi in cui tra i soggetti residenti controllanti e controllati si interpongano una o più sub-holding estere.
Nel valutare la possibilità di costituire una società all’estero, devono pertanto essere tenuti in considerazione gli aspetti sopra esposti, in particolare si evidenzia l’importanza di strutturare dei board della società estera in cui non vi sia una prevalenza di consiglieri residenti in Italia, onde evitare l’onere, per la società con sede legale all’estero, di dover poi fornire prova che la sede dell’amministrazione non si trovi, invece, nel territorio nazionale.
Con specifico riferimento alla prova contraria da fornire, si evidenzia che in dottrina (cfr. Assonime n. 67 del 31 ottobre 2007, pagg. 28 ss.) sono stati presi in considerazione i seguenti casi concreti:
  • le holding miste (imprese che detengono partecipazioni in una o più società italiane ma svolgono prevalentemente all’estero un’attività industriale, commerciale o finanziaria) per superare la presunzione potrebbero invocare validamente l’effettiva localizzazione dell’attività principale all’estero;
  • le holding estere di gestione (imprese che svolgono concretamente un’attività di direzione e coordinamento delle società partecipate, prestando talvolta anche servizi ausiliari finanziari ed amministrativi) potrebbero fornire prova contraria rilevando che l’attività svolta è un’attività economica autonoma rispetto a quelle delle partecipate e dimostrando che il luogo in cui tale attività si svolge è all’estero;
  • le holding passive (che detengono partecipazioni di società residenti in Italia e non svolgono all’estero alcuna attività economica) potrebbero avere alcune difficoltà nel fornire prova contraria stante la mancanza all’estero di una struttura organizzativa apprezzabile. In tal caso, la prova contraria diventerebbe eccessivamente onerosa, ed inciderebbe sulla stessa possibilità di costituire all’estero tali holding (sulla questione si veda anche M. Leo “Le Imposte Sui Redditi Nel Testo Unico”, Tomo II, p. 1148).
Si evidenzia inoltre che, come sostenuto da autorevole dottrina, la presunzione di cui al comma 5-bis ha l’esclusivo effetto di localizzare la sede della società nel territorio dello Stato, non individuando, tuttavia, il Comune in cui la stessa sarebbe ubicata; quest’ultimo, pertanto, dovrebbe essere oggetto di prova da parte dell’Amministrazione Finanziaria, al fine di garantire la prevista legittimità della notificazione degli atti impositivi, dovendosi individuare l’Ufficio competente ai fini dell’accertamento (cfr. M. Trivellin, “Profili procedimentali di diritto interno conseguenti alla nuova presunzione di residenza in Italia delle società (art. 73, comma 5-bis, TUIR)”, in “Riv. dir. trib.”, 2007, I, pag. 660). Operando diversamente, è stato sostenuto che potrebbe essere eccepita l’illegittimità dell’avviso di accertamento per incompetenza dell’Ufficio (cfr. Assonime n. 67 del 31 ottobre 2007, pag. 39). Tuttavia si sottolinea che, nella maggior parte dei casi, i verificatori tendono a far coincidere la sede dell’amministrazione della società estera con quella della società controllata residente.
Da ultimo si segnala che l’Agenzia delle Entrate ha specificato che la presunzione contenuta nei commi 5-bis e 5-ter dell’art. 73 del Tuir ha l’obiettivo di agevolare il compito del verificatore nell’accertamento degli elementi di fatto necessari per la determinazione della residenza effettiva della società, tuttavia “… non lo esonera dal provare in concreto l’effettività dell’esterovestizione …”, cosicché “… le norme richiamate non operano mai isolatamente, ma costituiscono solo il punto di partenza per una verifica più ampia, da effettuarsi in contraddittorio con l’Amministrazione finanziaria, sull’intensità del legame tra la società e lo Stato estero e tra la medesima società e l’Italia” (Protocolli Agenzia delle Entrate n. 2010/39678 del 19 marzo 2010 e n. 2010/157346 del 20 dicembre 2010).
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